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Non ho tempo per la mia vita!

Come il coaching aiuta ad eliminare le “tolleranze”

All’inizio del 2015 sono stata chiamata dalla Dirigente di una multinazionale che mi ha chiesto di prendere in carico come Coachee una Manager (che chiameremo Francesca) giovane, brillante, con ottime competenze e un buon potenziale di crescita. L’area aziendale a cui appartiene Francesca è caratterizzata da ritmi e carichi di lavoro molto intensi, definiti da scadenze non negoziabili, progetti di lavoro della durata di solo qualche mese. [highlight]L’obiettivo del percorso di coaching era aumentare la capacità di delega di Francesca e migliorare la sua gestione delle emozioni.[/highlight]

Durante le prime sessioni la Coachee ha riflettuto sulla sua capacità di fare richieste e sulla possibilità per lei di dire di no all’occuparsi di compiti precedentemente affidati ad altri. Nel tempo trascorso fra gli incontri Francesca si è messa alla prova su questi due temi, ottenendo buoni risultati: aveva saputo rinunciare al suo desiderio di controllo, non intervenendo fattivamente su alcune attività specifiche, sostituendolo con l’accettazione dei possibili errori e manifestando fiducia.

Alla nostra terza sessione Francesca arriva affaticata ed affranta: i risultati che aveva ottenuto in ambito lavorativo sul tema della delega erano stati inficiati (secondo un feedback della sua responsabile) da un episodio in cui la Coachee non era stata in grado di gestire le emozioni di rabbia e frustrazione, che ha capito (durante la sessione) essere originate dallo scarso equilibrio che si era creato fra la vita privata e quella lavorativa. La Coachee, molto scossa, mi guarda dritto negli occhi e afferma: sai Marta, è che non ho tempo per la mia vita! Sto rinunciando a tutto!

Dopo aver lasciato che Francesca sfogasse la sua carica emotiva, l’ho [highlight]aiutata ad esplorare quelle che Thomas Leonard (uno dei padri del coaching) definisce le “tolleranze” e che possiamo chiamare anche “sopportazioni”[/highlight], cioè quelle cose che sopportiamo, ma in ultimo non accettiamo, e che e spesso limitano la vita delle persone. Talvolta succede che queste tolleranze operino in maniera così invisibile che il Coachee non è affatto consapevole della loro esistenza, ma ne subisce le conseguenze in termini di energie e di frustrazione. Spesso siamo talmente abituati a tollerare situazioni che ormai diamo per scontato che non ci è possibile vedere come poter vivere appieno la nostra esistenza: lavorare con soddisfazione, avere una vita sociale, prendersi cura dei nostri figli, divertirsi…

[content_band bg_color=”#3b6e8f” border=”all”] [container style=”color:#fff;padding-top:40px”]Anzi, viviamo nella convinzione che il nostro tempo è già riempito del tutto e non ci è possibile liberare spazio per godere della vita. Siamo cioè più connessi con i nostri “devo” che con i nostri “voglio”, talmente abituati ad agire seguendo ciò che in realtà solo sopportiamo che non siamo più in grado di entrare in contatto con ciò che vogliamo per noi.[/container] [/content_band]

 

A Francesca ho proposto un esercizio che l’ha aiutata a divenire consapevole delle sue tolleranze: le ho suggerito di elencare 10 zavorre, 10 cose che stava tollerando, considerando diverse aree della sua vita (emozioni, vita di coppia, famiglia, vita professionale, salute, danaro …) e per ognuna di esse rispondere ad alcune domande:

[icon_list style=”font-size:24px;color:#3b6e8f;” ]
[icon_list_item type=”arrow-right”]Che cosa ti disturba e non vorresti?[/icon_list_item]
[icon_list_item type=”arrow-right”]Quanto ti costa tollerare questa cosa?[/icon_list_item]
[icon_list_item type=”arrow-right”]Qual è il beneficio nel tollerarla?[/icon_list_item]
[icon_list_item type=”arrow-right”]Come farai a smettere di tollerarla?[/icon_list_item]
[icon_list_item type=”arrow-right”]Chi/cosa ti può aiutare a smettere di tollerare ciò?[/icon_list_item]

[/icon_list]

 

Alla fine di questo esercizio Francesca ha deciso di accettare alcune tolleranze che non poteva eliminare (ma dando loro il giusto peso), ha scelto di fare richieste ad alcune persone che si potessero far carico di questioni che la Coachee non sopportava più e ha stabilito di dire “no” ad altri.

Grazie Francesca, perché mi hai ricordato che, come sempre, la strada per il miglioramento e per la realizzazione del benessere ha inizio dalla consapevolezza e passa dall’assunzione di responsabilità.

 

Marta Trevisan

Depressione natalizia. 5 strategie per affrontare la tristezza durante le feste.

Come mai in prossimità e durante le feste di Natale molte persone si sentono più tristi e ansiose e le persone che soffrono di depressione rischiano di avere delle recidive?
Il tono dell’umore depresso è sostenuto e accompagnato da una triade di pensieri disfunzionali:
– sul sè, legati al non valore personale;
– mondo e sugli altri, percepiti come giudicanti e migliori;
– sul futuro, considerato senza speranza.
Quando chi soffre di depressione è in un periodo particolarmente doloroso, dice a sè stesso di valere poco e di non meritare niente, si sente in colpa, pensa che gli altri siano migliori e più felici, che non lo potranno comprendere e sostenere e che il futuro non ha niente di bello in serbo per lui.
Quando invece il tono dell’umore è più alto questi pensieri da assoluti diventano relativi e più flessibili. La persona vede il futuro come un terreno da costruire, dove ci possono essere eventi spiacevoli ma anche eventi piacevoli, gli altri sono visti nella loro interezza fatta di pregi e difetti, e altrettanto succede per il giudizio verso il sè: punti di forza e criticità, alternanza tra umore stabile e umore basso, capacità di stare con gli altri e di ricavarsi momenti per sè.
L’arrivo delle festività possono riacutizzare i sintomi o non farci sentire felici e rilassati come ci aspetteremmo. Perchè?
Perchè il Natale, di fatto, porta con sè dei dogmi emotivi, cognitivi e comportamentali. Dobbiamo essere felici, sereni, pensare positivo e pensare a come essere migliori. Dobbiamo stare in famiglia, riposarci e volerci bene. Dobbiamo essere socievoli, amorevoli e fare. Fare regali, fare visite, fare spese, fare buoni propositi.
Questi dogmi riattivano la triade di pensieri disfunzionali che accompagnano il tono dell’umore depresso in un modo che i miei pazienti descrivono così:
” Devo essere buono, felice, sereno. Ma io mi sento di non valere quindi non ce la farò ad essere come il mondo mi dice che dovrei essere in questo periodo, quindi anche se ci provo poi fallirò e mi sentirò in colpa.”
“Devo stare di più con gli altri, ma per gli altri è così facile essere felici, gli altri sono perfetti e vedranno la mia non felicità e non mi vorranno vicino a rovinargli la festa”.
“Devo fare buoni propositi e sperare nel futuro. Ma tanto poi non succede mai niente e non riuscirò a sostenere i miei propositi e sarà l’ennesima delusione “.

Passiamo al contrattacco:

  1. L’umore non è statico ma fluttua. Sii quello che ti senti, senza forzarti. Più sereno a volte, più triste altre volte. Cogli i momenti di serenità e cerca di non stigmatizzare i momenti di maggiore sofferenza. Come quelli sereni passano per lasciare il posto ad altri stati emotivi.
  2. Ognuno fa quello che può e quello che riesce. Gli altri sempre felici sono solo nella pubblicità, nella vita reale ognuno di noi, è un insieme di tanti pensieri e stati d’animo spesso di segno contrastante. E questo malgrado i dogmi del Natale!
  3. L’anno nuovo non sarà come una cartolina di Natale, ma abbiamo le prove che seguirà le più infauste previsioni? Prova a restare presente al qui ed ora, datti la possibilità di farti sorprendere.
  4. Cerca di non abbandonarti ai pensieri negativi, distraiti da loro. Il vortice di pensieri che diventano ricorrenti e pervasivi non ti aiuta. Creati delle “ancore”, ad esempio scrivi su dei foglietti le cose che ti piace fare e come queste ti aiutano, e le persone che tu senti come positive per te. Quando ti accorgi di essere finito nel rimuginio dei pensieri negativi, prendi le tue “ancore” e semplicemente, senza rimuginarci sopra, mettile in atto!
  5. Sforzati di non trascurare le attività quotidiane che di solito di danno benessere e cerca di non stravolgere la tua routine. Programma nella giornata un momento da dedicare a ciò che ti piace fare per sostenere il tuo umore. Indipendentemente dal Natale e dalle cose che si dovrebbero fare a Natale. Ricorda:

“Il presepe è una cosa religiosa…” “… Si, una cosa religiosa con l’enteroclisma di dietro.. e a me nun me piace, nun me piace e basta!”

Da Natale in casa Cupiello

Mindfulness e skill training per il disturbo Borderline di personalità

Sto gestendo alcuni gruppi Skill Training per persone che presentano disregolazione della sfera emotiva, una delle caratteristiche centrali del disturbo Borderline di personalità. Parlandone con una collega mi ha chiesto come avrei spiegato, nell’incontro introduttivo, cosa è la Mindfulness e quale metodo avrei utilizzato per trasferirla ai partecipanti…
Grazie davvero per questa domanda, mi è stata utile per prepararmi a rendere facili da capire concetti e metodi che non lo sono affatto!
Ho proceduto illustrando il seguente canovaccio.
Dal libro del Fight Club:
“Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca”
Potremmo allo stesso modo dirci che noi non siamo le nostre emozioni, non siamo i nostri pensieri e non siamo i nostri comportamenti. E allora chi siamo?
Forse la filosofia o la religione possono rispondere a questa domanda. In una certa misura anche alcuni elementi di psicologia. Ma forse in questo contesto non ci è così utile indagarlo.

Possiamo invece chiederci come funzioniamo, da che cosa è composta la nostra mente. E come facciamo a capirlo? Acquisendo, allenandoci ad acquisire, abilità di osservazione del modo in cui internamente funzioniamo.
La capacità di prestare attivamente attenzione agli eventi mentali richiede una corrispondente capacità di distanziarsi adeguatamente dalle situazioni. Richiede la capacità di descrivere le situazioni e partecipare agli eventi nel presente con una partecipazione attenta.

Per questo utilizzeremo la Mindfulness che per i nostri obiettivi può essere descritta come una “pratica che allena la consapevolezza che emerge prestando intenzionalmente attenzione, nel momento presente e in modo non giudicante, al dispiegarsi dell’esperienza, momento per momento”
E come si fa?
Lasciamo un attimo in sospeso questa domanda, vi racconto una scena dal film KarateKid:
il vecchio e saggio maestro Miaghi accetta di insegnare il karate (in verità Kungfu) al giovane e impaziente Danielsan. Il maestro Miaghi invece di portare l’adepto sul tatami, gli mostra il gesto che deve fare per mettere la cera sulla carrozzeria della sua auto d’epoca “dai la cera” gli dice! Dopo, gli mostra il gesto per togliere la cera dalla carrozzeria della sua auto d’epoca “togli la cera”. E infine, raccomandandosi di usare sempre e solo quei due gesti, gli fa dare e togliere la cera a tutto il suo parco macchine. DanielSan lo fa, ma alla fine della giornata di fatica gli chiede a cosa fosse servito.
E il maestro, di tutta risposta, gli assesta un bel pugno diritto in faccia! Ma DanielSan, istintivamente “da la cera” e para il colpo…. e così, per parare il secondo colpo, “toglie la cera”.
Ha appreso un’abilità, rendendo automatico un gesto grazie alla pratica ripetuta. meraviglie di Holliwood.

Noi faremo qualcosa di simile, ovvero proveremo insieme a fare una “pratica” Mindfulness e poi praticheremo ogni volta che ci incontreremo e poi lo faremo anche a casa e a un certo punto, ci fermeremo a notare cosa è cambiato. Cosa abbiamo imparato, cosa sappiamo fare che prima non sapevamo, cosa sappiamo di noi che prima non sapevamo e a cosa ci serve per raggiungere il nostro obiettivo di comprendere come funzioniamo.
Impareremo ad osservare cosa accade in noi senza fuggire da quella emozione o da quel pensiero… semplicemente osservando, senza giudicare.

5 Strategie per un colloquio di selezione senza ansia

Ogni volta che devi affrontare un colloquio di selezione ti sudano le mani, ti si secca la bocca, ti si chiude lo stomaco e perdi un po’ di lucidità mentale? Non preoccuparti è normale provare ansia. Ma se diventa un problema con qualche strategia se ne possono limitare gli effetti negativi!

“L’ansia è uno stato psichico, prevalentemente cosciente, caratterizzato da una sensazione di preoccupazione o paura, più o meno intensa e duratura, che può essere connessa o meno a uno stimolo specifico immediatamente individuabile (interno o esterno) visto come potenzialmente dannoso per l’individuo. Quando una persona si trova in situazioni stressanti o minacciose, scatta automaticamente una risposta fisiologica che da migliaia di anni fa parte del corredo biologico degli esseri umani. È una risposta che prepara il corpo a difendersi dalla fonte di paura mediante un intenso sforzo fisico, di attacco se si affronta la minaccia, di fuga se si fugge da essa.” Quindi si, il colloquio di selezione è la tipica interazione umana basata su una prestazione e sulla preoccupazione legata all’esito incerto.

Che fare allora? Ecco 5 comportamenti non utili dettati dall’ansia e come poterli arginare.

1. L’ansia blocca il fluido accesso alla memoria, e le connessioni tra diverse parti e tipologie di memoria. Ti sarà capitato di dire ” ho detto quella cosa, ma non so perchè non mi è venuta in mente quell’altra”.

CHE FARE?

A_Prepara gli argomenti che riguardano le tue esperienze, competenze, skill prima. Costruisci i collegamenti tra le diverse esperienze in modo molto flessibile, ovvero sii sempre pronto ad essere interrotto e a riprendere da un altro punto il tuo discorso.

B_Prova il discorso allo specchio. E riprovalo finchè non lo senti del tutto tuo. Questo fissa nella memoria a breve termine tutti i contenuti di cui necessiti durante il colloquio e non ti espone al rischio di tralasciare le informazioni importanti.

2. L’ansia fa aumentare la sudorazione corporea, mantenendo la temperatura dell’epidermide bassa (i sudori freddi).

CHE FARE?

A_Usa le tecniche di controllo del sudore che più ti rassicurano, come il borotalco o l’evitare colori che mettano in risalto l’alone del sudore come ad esempio gli indumenti azzurro chiaro.

B_Se pensare di porgere la mano sudata ti imbarazza molto, quando capita sorridi e confessa di essere un po’ nervoso, anche il selezionatore è un essere umano, capirà.

3. L’ansia ti fa pensare che non ce la farai, che il tuo profilo forse non è così in linea e che alla fine potresti non andarci, perchè tanto non servirà a niente.

CHE FARE?

A_Cerca nella tua memoria altre situazioni in cui un “pensiero limitante” ha rischiato di annullare un tuo successo, ma alla fine hai tenuto duro e hai raggiunto il tuo scopo. Ricorda cosa ti sei detto, ricorda come ti sei sentito quando alla fine sei riuscito e alla luce di questo ricordo rivedi i tuoi sentimenti di sfiducia e pensa che non vale mai la pena perdere una possibile occasione.

B_La selezione è una valutazione su competenze ed esperienze non sull’individuo in quanto tale. Il selezionatore di solito è un professionista e ricerca informazioni, indaga competenze che non si possono evincere nella loro interezza da un annuncio di lavoro. Tanto vale provarci e affidarsi al professionista della selezione facilitandogli l’esplorazione e l’indagine attraverso un clima di collaborazione e rispetto reciproco.

4. L’ansia ti fa essere spavaldo e aggressivo o timido e remissivo e queste due modalità in situazioni di minor stress non ti appartengono e le ritieni controproducenti?

CHE FARE?

A_Rifletti su cosa si muove in te. Da cosa ti senti in qualche modo attaccato e allora reagisci? Da cosa ti senti in qualche modo attaccato e ti rassegni a sentirti aggredito senza essere in grado di difenderti?  Poi rifletti su cosa è il colloquio di selezione: un colloquio di indagine su esperienze, competenze e attitudini, ovvero uno sconosciuto che ti fa domande. Non domande su di te ma sul tuo lavoro, consentigli di indagare restando nell’ambito lavorativo e se una domanda non ti sembra congrua, non reagire, chiedi spiegazione sul perchè di quella domanda. La risposta potrebbe sorprenderti.

B_Collabora. Attivamente. Ascolta le domande senza pregiudizi e rispondi avendo la volontà di farti conoscere da un punto di vista professionale. Tutti hanno commesso errori nel lavoro o hanno incrociato situazioni lavorative difficili che hanno portato ad insuccessi. Al selezionatore interessa sapere come sono state affrontate/risolte, non cerca di farti cadere in qualche tranello, rispondi evidenziando aspetti positivi e negativi.

5. L’ansia ti fa parlare troppo o troppo poco e non sai mai, quando è il momento di tacere o di continuare a parlare.

CHE FARE?

A_Riguarda gli argomenti che ti sei preparato per il colloquio e cronometrati. La descrizione di una esperienza saliente, lunga temporalmente, dove sono state agite molte competenze può durare anche 5-6 minuti. Dopo di che tara la durata delle altre di conseguenza.

B_Osserva l’altro nel colloquio. Il selezionatore cerca di dire la sua? Fermati. La sua domanda in quel contesto è più importante della conclusione del tuo discorso. Il selezionatore ti sta facendo un sacco di domande alle quali rispondi praticamente a monosillabe? Respira, prendi tempo mentale chiedendo di poter ripetere la domanda e organizza una risposta più ampia/ricorda il canovaccio del colloquio che ti sei preparato e attieniti a quello.

keep calm
and
win the selection

Ti è capitato un colloquio dove ti hanno chiesto cose assurde? Dove si sono comportati in modo così anomalo che ti sembrava di essere finito in un universo parallelo?

Raccontaci la tua!

Temperamento e tono dell’umore sono la stessa cosa?

Mi è arrivata via mail una domanda molto interessante che ci aiuta a leggere il tono dell’umore depresso, ansioso, o maniacale come esito di processi complessi e multifattoriali.

La domanda è riassumibile così:

Temperamento e tono dell’umore sono la stessa cosa? Quali si alterano quando è presente depressione o ansia?

L’umore è uno stato emozionale di base che ci accompagna in tutte le nostre attività psichiche. Può subire modificazioni e fluttuazioni causate da stimoli interni come ad esempio un pensiero, un ricordo, un’emozione e da stimoli esterni quali l’interazione con le altre persone, accadimenti, notizie, eventi. L’umore di base è uguale per tutti?

No, possiamo dire che ognuno di noi ha in sè dei fattori di base che sembrano essere innati, che vengono definiti temperamento e che determinano, tra gli altri, anche il tono dell’umore di base.

Le spiegazioni sono molteplici. Fattori genetici, biologici e forse di eredità psicologica ci fanno nascere con un uno specifico temperamento. Il temperamento non è un’unità statica, è composto da diverse caratteristiche temperamentali opposte. Ognuno di noi si pone su un livello di ogni caratteristica, formando un insieme unico che è il temperamento personale.

Di seguito possiamo cercare di costruire il nostro temperamento di base. Per semplicità ho costruito una scala da 1 a 7 punti dove 4 è il punto medio, ma sicuramente gli intervalli sono molti molti di più.

Provate ad indicare per ogni elemento, dove vi posizionate, potrete così considerare con un’altra ottica la frase che ognuno di noi si dice. “io sono così”.

Un esempio: se ci si pone sulla prima “tacca” della scala emotività/mancanza di emotività, significa che ci reputiamo molto emotivi, viceversa segnare l’ultima tacca più vicina al polo di destra significa che ci reputiamo molto poco emotivi.

Su questa base temperamentale si pone il tono dell’umore e la risposta che ognuno di noi da agli eventi.

Una persona con un temperamento ansioso, tenderà ad agitarsi o preoccuparsi di più di una persona che ha un temperamento pacato.

Una persona con un temperamento pessimistico e introverso tenderà ad avere un umore più propenso alla malinconia, mentre una persona con un temperamento ottimista ed estroverso tenderà ad avere un umore di base più allegro.

Il temperamento, è uno dei fattori che ci aiutano a capire perchè ognuno di noi risponde in modo diverso a situazioni o eventi di vita comuni a molti.

Per continuare con il nostro esempio, una persona con un temperamento ansioso, potrebbe, in situazioni di forte stress sviluppare un disturbo d’ansia o sviluppare attacchi di panico.

Una persona con un temperamento pessimista ed introverso potrebbe essere soggetto, in situazioni di vita avverse, a sviluppare episodi di depressione, caratterizzati da un tono dell’umore depresso.

Ma attenzione, anche la persona con un temperamento ottimista, estroverso e molto energico, potrebbe sviluppare, in situazioni di stress o di vita avverse, episodi di sovraeccitazione caratterizzati da un tono dell’umore euforico (o ipomaniacalità).

Sicuramente, capire il nostro temperamento di base, ci aiuta a conoscerci, a capire come il nostro tono dell’umore potrebbe variare in situazioni di vita complesse e prevenire difficoltà psicologiche.

 

Per saperne di più:

http://www.psicologi-psicoterapeuti.com/

www.stateofmind.it

www.apc.it

Jaspers Karl, psicopatologia generale. Il pensiero scientifico ed. Kagan, Reznick e Snidman 1988. Biological bases of childhood shyness. Science.

Non affamiamo il predatore che è in noi! Il comportamento alimentare

Ero in un negozio di alimentari e una donna, alla cassa, ha posto una domanda alla cassiera: “perchè, secondo lei, più sono a dieta e più non faccio altro che pensare a cioccolata e lasagne?”.

La cassiera ha sorriso, ma la risposta alla domanda è più articolata di quanto sembri e ha un legame molto stretto con i disturbi della sfera del comportamento alimentare.

Provo a darti una risposta qui, donna a dieta! Sperando che, chissà, la risposta ti arrivi in qualche modo!

Disturbi alimentari: Non affamiamo il predatore che è in noi.

L’ambito dei disturbi del comportamento alimentare è complesso e ampio e verte su elementi che riguardano l’immagine corporea, il senso di identità e il controllo. Il controllo è un tema centrale: si controlla la propria immagine, il cibo ingerito, il desiderio del cibo, e si controllano le emozioni negative attraverso il controllo sul cibo. Associato al controllo (rigido) c’è sempre il concetto di discontrollo. Più il controllo è serrato e più gli episodi di discontrollo saranno potenti, non gestibili, e disordinati.

Il discontrollo è frutto solo della tensione psicologica? Nei confronti dell’assunzione del cibo, entrano in gioco fattori fisiologici che chiunque abbia fatto una dieta o abbia avuto molta fame potrà riconoscere.

È stato infatti dimostrato che la dieta ferrea porta a un aumento del senso di fame e di appetito e del costante rimando della mente al cibo. Quando abbiamo fame pensiamo al cibo, vediamo il cibo e sentiamo il cibo e il suo odore. Come mai? Per capirlo dobbiamo ricordarci chi siamo a livello fisiologico ed evoluzionistico.

Tutte le volte che adottiamo un regime alimentare ipocalorico è come se dicessimo alle parti più antiche del  nostro apparato cerebrale che c’è un pericolo legato alla scarsità di cibo. I centri della fame attivandosi, stimolano comportamenti volti alla ricerca di cibo e in definitiva a preservare la vita per assicurare la prosecuzione della specie.

Più il regime alimentare è ipocalorico e più queste parti, (nuclei dell’ipotalamo) leggeranno questo segnale come un pericolo legato al “morire di fame” e si attiveranno per orientare tutto il nostro essere: emozioni, pensieri, azioni, verso la ricerca di cibo.

Immaginate un flipper: è come se l’ipotalamo lanciasse una pallina di ferro a tutta velocità per andare a sollecitare tutte le parti della neo corteccia (immagini, pensieri, progettualità, parole, ricordi….), del rinoencefalo (odori, rumori, stimoli di ricerca…) e del talamo stesso (emozioni, ricordi sensazioni) e che queste parti del cervello a loro volta la rimandino in giro, facendola sbattere ripetutamente un pò qua e un pò là e attivando un unico stimolo globale: fame!! Cibo!!

E non cibo a caso o dietetico, ma cibo molto calorico e proteico “salva vita”. Gli esseri umani sono onnivori e la ricerca di cibo assume, in situazioni di scarsità, connotati predatori.

Cerchereste di riportare alla ragione o di saziare con una scodella di carote un leone affamato?

Ecco perchè più la dieta è ipocalorica e più il pensiero del cibo diventa pressante. Più il controllo sul cibo diventa serrato e più il discontrollo sarà disregolato e “aggressivo”.

Possiamo dire che nei disturbi del comportamento alimentare la componente fisiologica, e non solo quella psicologica, gioca un ruolo da non sottovalutare e, volendo cogliere un suggerimento per il nostro comportamento alimentare non patologico possiamo dire che: ai fini del successo di una dieta è meglio prenderla con più calma e non rischiare di  affamare il predatore che è in tutti noi.

Per saperne di più:

http://www.stateofmind.it/2015/04/bulimia-nervosa-psicologia/

http://www.stateofmind.it/2014/09/vincere-abbuffate-recensione/

Quanto è pronta la nostra funzione HR ad andare all’estero?

Dall’Osservatorio sull’internazionalizzazione dell’Emilia Romagna 2014 emergono alcuni dati interessanti: è aumentato del 18% rispetto al 2008 il numero delle imprese che commercializzano con l’estero, anche se il valore economico è diminuito del 2%. L’aumento del numero di aziende che esportano può essere il sintomo della comprensione da parte degli imprenditori che possedere una rete ramificata all’estero è uno dei modi per far diventare la propria azienda “resiliente” alla contingenza economica. “La crisi ha colpito più duramente le imprese che operano singolarmente senza una rete formalizzata, cominciano a vedere la luce in fondo al tunnel le società che operano all’interno di una rete di aziende locali o nazionali, sono uscite dal tunnel (o non ne sono mai entrate) quelle che hanno una rete ramificata all’estero (in particolare quelle con partecipazioni di controllo in imprese straniere)”.

Che ruolo ha la funzione HR nell’internazionalizzazione delle PMI?

Spesso l’imprenditore che decide di andare all’estero affida l’incarico di esplorazione e di successiva apertura di filiali o unità produttive a persone di fiducia con esperienza in ambito produttivo o commerciale e quasi mai la funzione HR è coinvolta in queste fasi, rinunciando così ad un importante contributo.

Gli specialisti delle risorse umane possono aiutare l’imprenditore a rendere l’azienda resiliente, attraverso:

  • L’instaurare relazioni con i player locali o internazionali specializzati in consulenza del lavoro, ricerca e selezione del personale ed head hunting;
  • L’organizzazione e l’implementazione di sistemi di condivisione delle informazioni e della cultura aziendale;
  • La progettazione della formazione per chi si occuperà di selezionare e gestire le persone all’estero.

Una delle sfide che la funzione HR di un’azienda che si sta internazionalizzando è formare le persone in modo che siano in grado di “uscire” dai propri modelli mentali, dai propri schemi culturali per divenire più efficaci nel lavorare con chi ha comportamenti anche molto distanti dalla nostra cultura. Sicuramente sviluppare competenze complesse come l’ascolto empatico e l’accettazione dell’altro attraverso training specifici può essere il focus degli specialisti delle risorse umane che desiderano affiancare efficacemente l’imprenditore verso l’internazionalizzazione.

Errore o fallimento? La trappola del perfezionismo

È affidabile, responsabile, attento ai dettagli, organizzato, ha un’immagine curata, è un lavoratore ideale, agisce mosso dal senso del dovere, non “molla mai” anche quando i livelli di stanchezza e di stress sono molto elevati, non sa accettare i no ma teme di dire di sì, è schiavo delle procedure ed è rigido mentalmente, per paura di sbagliare non decide, è spesso preoccupato e ansioso.

Ecco l’identikit del Perfezionista, persona nel mezzo del cortocircuito fra standard elevati e paura del fallimento che lo porta spesso ad essere lento, a procrastinare le decisioni, a non essere mai pienamente soddisfatto dei risultati raggiunti e ad essere percepito dagli altri come “distante”.

Il paradosso del perfezionismo nella nostra società è evidente in quei Manager che sono stati premiati per la loro ricerca di miglioramento continuo, la richiesta a se stessi e agli altri di standard sempre più alti, la capacità di lavorare un numero di ore quasi illimitato, ma che sono temuti dai loro collaboratori che li percepiscono come “persone fredde”, intolleranti con qualsiasi tipo di errore, incapaci di delegare.

Come possiamo avere i vantaggi del perfezionismo senza i suoi pericolosi effetti collaterali?

Il primo passo è quello di sostituire il concetto di fallimento con quello di errore. L’errore è parte integrante del processo di apprendimento, necessario al raggiungimento dell’eccellenza (contrapposto alla perfezione). Apprendere significa esporsi, provare e riprovare e accettare la possibilità di sbagliare come opportunità  di uscire dalla propria area di confort e quindi di trarne insegnamenti per ottenere, la volta successiva, risultati migliori. In questo modo le emozioni associate alla ricerca del miglioramento saranno di tipo positivo: ottimismo, fiducia, passione…Al contrario, il concetto di fallimento chiama emozioni come paura, sfiducia, ansia, irritazione … che ci possono portare a nascondere l’errore, a non metterci in gioco in una nuova sfida, a non delegare niente a nessuno nel timore che possano sbagliare irreparabilmente.

Bibliografia:

Hamacheck, D. E. (1978). Psychodynamics of normal and neurotic perfectionism, Psychology, 15, 27-33.

Guarnieri S., Ortiz de Zarate M. (2010), No es lo mismo, LID

 

È un obiettivo o solo un buon proposito?

Siamo ormai arrivati all’ultima parte dell’anno: che fine hanno fatto i nostri buoni propositi del 1 gennaio? Le ricerche ci dicono che 6 su 10 di noi hanno già rinunciato e che addirittura qualcuno ha proprio dimenticato quanto si era ripromesso. A gennaio, con ogni probabilità, tanti di noi faranno la stessa lista dell’anno precedente: smettere di fumare, mangiare più sano, dedicare più tempo allo sport, non litigare con la vicina….

I buoni propositi potrebbero essere un buon modo per migliorarci, eppure rimangono spesso irrealizzati.

Come possiamo trasformare i buoni propositi in obiettivi? I sogni in risultati?

I coach professionisti che affiancano i loro clienti nel raggiungere i loro obiettivi sanno bene che il processo di coaching non sarà efficace se gli obiettivi dei coachee non rispondono ad alcuni importanti criteri:

  • Chiarezza: è necessario che l’obiettivo sia definito con precisione. Non è sufficiente dire “farò più sport”, può essere più utile dichiarare “mi iscriverò in palestra”.
  • Positivo: “non voglio più fare tardi al lavoro” non è considerato un obiettivo ben formulato, perché pone l’accento sulla situazione che voglio evitare ma non su ciò che voglio di diverso da ora (psicologicamente più motivante). E’ più funzionale dichiarare “Voglio uscire alle 18 almeno 3 giorni a settimana”.
  • Importante: quanto è importante per me, per la mia azienda, per la mia famiglia raggiungere questo obiettivo da 1 a 10?
  • Ecologico: quali conseguenze avrà il suo raggiungimento su di me, sulla mia azienda, sulla mia famiglia? Queste conseguenze per me sono positive? E per gli altri?
  • Responsabilità: il raggiungimento del risultato atteso deve essere sotto il controllo del cliente. “Desidero che mio figlio ami leggere romanzi” non è un obiettivo il cui raggiungimento è sotto il controllo del genitore; se invece l’obiettivo venisse formulato in questo modo: “Desidero proporre a mio figlio attività che lo avvicinino alla passione per la lettura”, allora avremo buone probabilità di ottenere il risultato desiderato.
  • Evidenze :è necessario stabilire delle evidenze che mi faranno capire di aver raggiunto o meno l’obiettivo che mi ero prefissato. Se il mio obiettivo è “mangiare più sano” saprò che lo avrò raggiunto quando, ad esempio, mangerò una porzione di verdura fresca sia a pranzo che a cena almeno 5 giorni a settimana.

Perciò, se il vostro obiettivo per quest’anno era quello di non litigare più con la vicina e oggi è l’ennesima volta che  scrollate le briciole della tovaglia sulla sua terrazza in risposta alla sua macchina parcheggiata storta davanti all’ingresso condominiale, allora può essere arrivato il momento di definire il vostro obiettivo secondo i criteri che vi abbiamo proposto.

La resilienza come fattore di successo in azienda: come valutarla e allenarla

“Ho lavorato dei mesi a questo progetto … e ora il mio Direttore mi dice che non se ne fa più niente perché sono cambiate le priorità! Come posso continuare a motivare il mio team?”.

“Mi hanno affidato la responsabilità di una filiale in cui tutto è faticoso, stressante: le persone, il territorio, i clienti …  sono stanca ma non posso mollare”.

“Abbiamo bisogno che i dipendenti della nostra azienda siano in grado di mantenere alta la motivazione il livello di engagement anche in questo momento, in cui tutto cambia velocemente, gli obiettivi sono sempre più sfidanti e il numero di risorse a disposizione sono diminuite”.

Queste sono alcune delle affermazioni che spesso sentiamo pronunciare dai nostri Clienti negli ultimi anni e che fanno emergere sempre di più due necessità:

  • come possiamo capire se le persone che stiamo selezionando sono in grado di far fronte alle difficoltà, agli stress che caratterizzano l’attuale contesto socio-economico? Cioè come posso valutare la loro capacità di essere resilienti?
  • Come possiamo allenare i nostri dipendenti ad aumentare la loro resilienza? Come possiamo formare le persone non solo ad affrontare gli eventi stressanti, ma anche a superarli, cogliendoli infine come opportunità di apprendimento, aumentando le proprie risorse con una conseguente riorganizzazione positiva della vita?

A queste domande può rispondere  l’articolo scritto nel 2011 su HBR da Seligman, il padre della Psicologia Positiva, in cui parla di un programma di assessment e training proposto all’esercito US al fine di aumentare la resilienza dei soldati e di formare i sergenti nell’essere di supporto ad essi.

Questo programma, chiamato Comprehensive Soldier Fitness, si concretizzava in 3 componenti: assessment psicologico (Global Assessment Tool di Peterson), dei corsi online (sulla crescita post traumatica, sulla gestione delle emozione e la creazione di emozioni positive,  sulla costruzione di relazioni di fiducia, sull’empatia e sulla “forza spirituale”), e infine il Master Resilience Training per i “capi” (come abbracciare la resilienza e poi passarne la conoscenza). Il Master Resilience Training è forse uno degli spunti più interessanti di questo programma da un punto di vista manageriale, poiché tocca diversi aspetti presenti nei corsi sulla leadership ma il programma MRT li riunisce in forma sistematica per garantire che, anche a fronte di terribili errori (quelli che costano vite umane) i sergenti dell’esercito sappiano come aiutare se stessi, gli uomini e le donne sotto il loro comando ad innescare il processo di resilienza.

 

È ormai maturo il tempo per applicare  questi concetti anche in azienda: l’assessment center e il coaching sono metodologie molto adatte per valutare lo “stile esplicativo” dei nostri dipendenti e allenarli ad utilizzare lo stile più funzionale al contesto in cui si muovono.

 

Bibliografia:

Martin E. P. Seligman, Building Resilience, Harvard Business Review, 4/2011

Martin E.P. Seligman, Imparare l’ottimismo, come cambiare la vita cambiando pensiero, Giunti