Potere della persona o potere del ruolo.

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Cosa determina la possibilità, per chi agisce un ruolo influenzante in azienda, di essere davvero autentico nei confronti di sé e dei collaboratori?

Ad ognuno di noi è capitato almeno una volta nella vita di dire frasi come: “il capo sono io” oppure “il più forte sono io” e ha sentito, che era proprio in quei momenti che il proprio potere era messo in discussione. E allora ci si aggrappa al ruolo, allo status.

Ci sono delle frasi che diciamo quando abbiamo paura. Per ognuna di queste frasi dette all’altro, mille e più ne abbiamo dette a noi stessi per convincerci, rassicurarci e legittimarci.

Verrebbe allora da pensare che è il ruolo a dare potere alla persona che lo agisce.

Ma chi sa influenzare, ovvero dare impronta e direzione all’agire dei collaboratori ispirandoli verso una meta, sa che può affidarsi al proprio potere personale e non al ruolo. Perché è il potere personale che riverbera nel ruolo e che ne dà potere e credibilità.

Cosa c’è dietro al “potere personale” e al sentirsi legittimati all’agirlo?

Perché il potere personale non è una dote acquisita per nascita, come uno stemma araldico. È una consapevolezza profonda che attiene ai costrutti della persona che agisce il ruolo e non è una condizione statica.

Come ogni condizione che attiene all’essere umano, il potere personale risente sia delle esperienze di vita che la persona ha avuto quando si è cimentato nell’agire il potere, sia del vissuto nel quale persona si trova in quel preciso momento.

Non solo il momento lavorativo, ad esempio l’arrivo di un nuovo membro nel team che perturba gli equilibri, una protratta difficoltà nel raggiungimento degli obiettivi affidati, ma anche quello extra-lavorativo, come l’arrivo di un bambino o un lutto o una separazione.

Noi di Logosme crediamo che per sviluppare e cambiare le persone in azienda bisogna lavorare sulla Persona che agisce quel ruolo, e partire da lì per creare un cambiamento strutturale e duraturo e non puramente estetico e transitorio.

Un modello teorico interessante che aiuta a comprendere come, quello che noi crediamo in merito al potere e all’esprimere il potere influenza il nostro agire, è quello dei costrutti personali.

E. Kelly è il fondatore della psicologia dei costrutti personali e definisce i costrutti come le dimensioni semantiche con cui la persona interpreta la realtà” delle lenti colorate attraverso cui guarda il mondo.

La realtà non è una cosa che ognuno ha già in sé, ma è costruita dal soggetto via via che viene conosciuta”.

 I costrutti hanno una connotazione dicotomica e ci spiegano molto di come funzioniamo.

Prendiamo ad esempio un tipico costrutto legato al potere come quello di “manifestare e agire il potere”.  Quando questo costrutto ha per la persona una valenza positiva, sarà legato a parole come guida, forza, responsabilità. Se invece ha una valenza negativa sarà correlato a contenuti quali imposizione, disuguaglianza, autorità, prevaricazione.

 Non è infrequente riscontrare questo tipo di valenza del costrutto nelle donne che si accingono ad un percorso di carriera. Vanno verso l’agire il loro potere ma in qualche modo si sentono imbrigliate nel fare il salto verso la managerialità.

In sintesi chi ha il costrutto dell’esercitare il potere come elemento positivo, sentirà che può guidare i collaboratori, che può affermare con determinazione il proprio pensiero, che il suo contributo incide sulle scelte strategiche, anche se in contrasto con quelle di altri.

Sentirà che questa è una cosa giusta per lui, per gli altri e lo farà stare bene, aumentando la sua autostima.

Chi sente di avere potere personale non ha bisogno che gli venga formalmente riconosciuto un ruolo per agire in modo influenzante. Semplicemente lo fa, agisce la sua potenza in qualsiasi ruolo egli agisca.

 

Per una trattazione più approfondita dell’argomento, ascolta il podcast sul potere cliccando qui Corso “Dalla Leadership alla Relazione Influenzante” Potere

Fonti

“La Psicologia dei costrutti personali” di G.A. Kelly, ed. Raffaello Cortina.

 

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